Ciao,
Ho conosciuto, alcuni giorni fa, un Uomo eccezionale uno di coloro che – usando un po' di enfasi - sanno lasciare il segno nella storia di un paese. Ho conosciuto Salvatore Sarno (in foto con me, gli ho chiesto un selfie come uno zuzzurellone sedicenne).
Embè? Chi è costui (citando il Manzoni)? È presto detto: è un italiano, ex-capitano di lungo corso, attuale manager di una compagnia di spedizioni marittime operante a livello mondiale, consulente della marina militare sud-africana.
Un giorno, per vicende di lavoro, Salvatore (che mi ha concesso di dargli del tu) ha conosciuto il Sud Africa, vi si è fermato (beato lui, aggiungo io). Qui ha incontrato persone che insegnavano tecniche di navigazione ai ragazzi locali in condizioni di disagio. Col tempo alcuni di loro andarono a formare l’equipaggio della sua barca.
Da cosa nasce cosa, una parola tira l’altra … alla fine le parole presero corpo e divennero un progetto
Venne lanciata la sfida del Sud Africa all’Americas’s Cup: un’impresa titanica per un paese che solo pochi anni prima era uscito dal buco nero dell’apartheid. Sia come sia gli eventi cominciarono a scorrere ed i ragazzi di quello che sarebbe divenuto il “Team Shosholoza” si allenavano sul lungomare di Cape Town (a Waterfront dove, per inciso ed anche per esperienza personale, i ristoranti servono ottime ostriche annaffiate da eccellente vino bianco locale freddo al punto giusto ...

).
E venne, dopo una preparazione tanto rabbiosamente determinata quanto resa difficile da un budget che corrispondeva ad un “esimo” di quello degli altri team impegnati, il giorno della sfida:
prendeva il via, a Barcellona, la
Shosholoza (imbarcazione
IACC -
International
America's
Cup
Class regatava, con la sua coloratissima livrea ricca di richiami alla storia più ancestrale del Sud Africa, sotto le insegne del
RCYC, ovvero il
Royal
Cape
Yacht
Club, fondato nel 1903) non sfigurò, con il suo equipaggio multietnico, capitanato da Tommaso Chieffi e Paolo Cian chiuse la sua avventura mancando per un soffio la qualificazione alla fase finale.
Fu, oltre il risultato meramente sportivo, un successo planetario.
Il livello di competitività raggiunto da Shosholoza fu alto, nel suo “score” si legge, tra l’altro, di una regata vinta (c.d. match race, il confronto è diretto “uno contro uno”) su Alinghi, all’epoca detentrice della America’s Cup, nel corso della Luis Vuitton Pacific Series disputatasi nelle acque di Auckland, in Nuova Zelanda. Correva l'anno 2009.
Dietro tutto ciò, e dietro tutto quello che non si può raccogliere in queste poche righe, sta(va), appunto Salvatore Sarno, un uomo capace di plasmare dal nulla, in un paese con modesta tradizione marinaresca, un valente equipaggio multietnico capace di prestazioni di tutto rispetto che costituisce, tutt’ora, l’unico esempio di partecipazione di un team africano a quella che è ritenuta la competizione velica più prestigiosa (ed impegnativa) al mondo.
Salvatore Sarno – oltre ad aver guidato il Team Shosholoza - ha sponsorizzato tre partecipazioni olimpiche di un velista sudafricano.
La Fondazione Izivunguvungu (alla quale andranno i proventi dei diritti d’autore del libro) che Salvatore Sarno ebbe a fondare già ai tempi dell’apartheid ha svolto, e svolge tutt’ora, una importante funzione di formazione per i giovani neri che vogliano imparare un mestiere marittimo. Per questa sua attività e stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana.
Il comandante mi ha, cortesemente, autografato e dedicato una copia del suo libro

.
Marinareschi saluti.
Francesco